Ali e Radici

In una piovosa notte di fine inverno, dopo qualche vano tentativo di cedere al regno di Morfeo, mi arrendo all’insonnia.
E resto in compagnia dei miei pensieri…
Tra qualche settimana sarà il mio compleanno.
E sul mio viso fanno capolino i primi segni degli anni, che passano inesorabili.

Penso che vorrei far coincidere una settimana di ferie in quel frangente; prenotare un volo e fare un salto dai miei. Non vedo l’ora di dirlo alla mia nonnina novantenne, che attende allegramente e con gioia ogni mio ritorno. Spero ogni volta di trovarla sempre lì, seduta accanto al camino, ad aspettarmi e ad accogliermi con i suoi sorrisi e i suoi calorosi abbracci.
Quest’anno, però, mi sa che non sarà possibile tornare.
E la torta sarà un dolce amaro perché dovrò mangiarla da sola.

E’, infatti, indispensabile non abbassare la guardia; perché il nemico invisibile e’ ancora in agguato.
Occorre, dunque, pazientare ancora un po’.

In questa situazione di stallo, di caos e di incertezze mi sento stranamente a mio agio…

Sensazioni, queste, che ho già vissuto nel mio giovane passato; ad esempio, quando alla veneranda età di 23 anni, ho lasciato il confortevole ma ingombrante sud per ampliare i miei orizzonti nell’ignoto fascino del nord Italia.
Ora, con il senno di poi, sorrido ripensando all’ingenuità e alla sprovvedutezza dei mezzi con cui mi sono barcamenata in un’avventura, che si è rivelata poi in un punto di non ritorno.
Il coraggio, lo spirito d’iniziativa e la determinazione, o a volte forse testardaggine, non mi sono mai mancati; ma troppo spesso ho rivolto l’attenzione solo ai fini da raggiungere tralasciando, per inesperienza cognitiva ed emotiva, di soffermarmi su un aspetto molto più importante, ovvero su chi avrei voluto essere.
E sono così caduta vittima dei profondi abissi delle illusioni, della luce cieca delle fantasie, delle mezze verità dei luoghi comuni.

Lo studio come strumento di emancipazione e il lavoro come mezzo di espressione, indipendenza e libertà sono i miei fedeli compagni in questo lungo viaggio chiamato “vita”.

Una vita vissuta sempre alla spasmodica ricerca di qualcosa: la laurea, il posto fisso, il compagno, la casa, la “sistemazione”! Quante beffe e quante bugie si celano nei meandri di queste ideologie, che risuonano come dei costrutti sociali universalmente riconosciuti come indispensabili e qualificanti. Quelle zavorre che ci ancorano a delle proiezioni o a delle aspettative a cui non vorremmo mai venir meno e che crediamo ci rendano felici. Quelle accozzaglie di stereotipi per cui, la forma vale più della sostanza.

Fortunatamente gli imprevisti e i calcoli sbagliati mi hanno aperto gli occhi.
E ho dovuto rassegnarmi e dar retta a quella irriverente ma saggia consigliera che è l’inquietudine.
Quella vocina che non so bene se viene dall’intelletto o dal cuore, ma che è da sempre la mia bussola.

Una bussola che mi ha saputo indirizzare quando, persa nell’oscurità dei labirinti cerebrali, nella schematicità di progetti da me non condivisi e travolta da una sensazione di disagio e di insoddisfazione, ho dovuto scegliere da che parte stare; quale strada seguire, se barattare il certo per l’incerto; se restare immobile ad aspettare o se agire.
E andare in contro a quello che comunemente chiamiamo “destino”!

Un destino che ho sempre saputo di avere tra le mani ogni volta che mi sono soffermata ad analizzare le conseguenze delle mie azioni, ogni volta che ho provato a capire cosa in me fosse sbagliato, ogni volta che ho cercato di interpretare cosa si celava dietro quel mix di disorientate sensazioni a cui diamo il nome di “solitudine”!

La solitudine che si è manifestata in me quando nell’intento maldestro di inseguire la carriera mi sono persa in un mondo di maschere e vanità, in un gioco di ruoli dove regnano individualismo, competizione e fredda partecipazione.

A volte per indole, ma spesso per scelta, sono rimasta in silenzio; inerme di fronte cotanta veemenza.
Mi sentivo estranea, disarmata; senza possibilità di salvezza.

E mi sono rifugiata nei confini di me stessa, come una sostanza amorfa, in perenne movimento nel tentativo di dirigere il suo flusso verso uno stato di equilibrio.

E ho cercato ogni volta di scappare, di scomparire alla ricerca di un posto nel mondo dove trovare pace, calma e verità.
E ogni volta ricominciare…

E ora che sono ancora più lontana, immersa nel verde, circondata da volti sconosciuti e accenti stranieri un pensiero mi rincuora: un volo di farfalla dove le ali leggiadre sono scarpe ben allacciate e il fiore su cui posarsi è una strada in salita ancora da percorrere.

E voler tornare lì.
Lì dove tutto ha avuto inizio; lì dove batte sempre il cuore; l’unico posto in cui è sempre casa!

Giusy Perillo